In Evidenza

Credito d’imposta R&S: ineleggibilità dei costi sostenuti per l’acquisto di beni immateriali infragruppo.

10 set 2018

Il Fisco, 10 set 2018

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Avv. Chiara Lo Re

Avv. Chiara Lo Re

L’art. 8 del D.L. n. 87/2018 convertito dalla Legge n. 96/2018 ha modificato la disciplina del credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo, prevista dall’art. 3 del D.L. 23 dicembre 2013, n. 145, stabilendo che non sono agevolabili i costi sostenuti per l’acquisto, anche in licenza d’uso, delle competenze tecniche e privative industriali relative a taluni beni immateriali derivanti da operazioni intercorse con imprese
appartenenti al medesimo gruppo.

Di Gian Marco Committeri e Chiara Lo Re.

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Al via i nuovi crediti d’imposta per le produzioni di opere cinematografiche, televisive e web

24 lug 2018

Corriere Tributario, 24 lug 2018

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dopo circa 10 anni dall’introduzione del tax credit per le opere cinematografiche sono stati emanati i decreti attuativi delle nuove disposizioni che dal 2016 hanno ridisegnato il sostegno pubblico al settore audiovisivo.

Di Gian Marco Committeri.

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Armònia investe 50 milioni nei servizi di assistenza Estendo

18 mag 2018

Il Corriere della Sera, 17 mag 2018

Dopo Alberto Aspesi e il Gruppo Servizi Associati, il Fondo Armònia ha chiuso la terza acquisizione.
Si tratta di Estendo, la prima società italiana di fornitura di servizi post-vendita, specializzata nell’estensione della garanzia e dell’assistenza per grandi e piccoli elettrodomestici, televisori e apparecchi elettronici nonché di servizi di riparazione per il segmento della telefonia mobile.

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Apporti di immobili ai fondi di investimento immobiliare: addio alle agevolazioni fiscali?

15 mag 2018

Il Fisco, 14 mag 2018

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Avv. Chiara Lo Re

Avv. Chiara Lo Re

Con la circolare n. 16 del 19 marzo 2018, l’Associazione Italiana per la previdenza e assistenza complementare ha pubblicato la risposta all’istanza di interpello n. 954-826/2015 con cui l’Agenzia delle entrate ha fornito chiarimenti in merito alla vigenza della disciplina di cui all’art. 20, comma 3, del D.Lgs. n. 252/2005 e all’art. 9, comma 1, del D.L. n. 351/2001 a seguito della riforma della tassazione indiretta dei trasferimenti immobiliari operata dall’art. 10 del D.Lgs. n. 23/2011.

Di Gian Marco Committeri e Chiara Lo Re.

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Il mercato dell’arte tra regole IVA e “diritto di seguito”

15 mag 2018

Il Fisco, 14 mag 2018

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Avv. Chiara Lo Re

Avv. Chiara Lo Re

Nel mercato dell’arte non è sempre agevolare identificare il trattamento fiscale delle prestazioni che intercorrono tra i vari soggetti, posto che non si tratta sempre di “operatori professionali”. Le incertezze riguardano sia il regime applicabile ai fini delle imposte dirette che le conseguenze ai fini IVA.

Di Gian Marco Committeri e Chiara Lo Re.

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Il fondo Clessidra conquista le porte Scrigno

03 mag 2018

Il Sole 24 Ore, 03 mag 2018

Arriva a compimento il primo investimento di Clessidra sotto la gestione dell’azionista Italmobiliare, la holding della famiglia Pesenti.
Clessidra, società attiva nel mercato italiano del private equity, con oltre 2,5 miliardi di euro di capitale raccolto, è infatti diventato l’azionista di controllo delle porte scorrevoli Scrigno.

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Le principali agevolazioni fiscali per le imprese nella Legge di bilancio 2018

06 feb 2018

Wolters Kluwer Italia, 06 Feb 2018

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dott.ssa Filomena Iovino

Dott.ssa Filomena Iovino

La Legge di bilancio 2018 (Legge n. 205/2017) introduce una serie di nuovi bonus per le imprese,
tra cui si segnalano il credito di imposta per le spese di formazione nel settore delle tecnologie
4.0, le agevolazioni per le spese di consulenza relative alla quotazione delle PMI, il credito
di imposta per l’ammodernamento degli impianti di calcio e per le erogazioni liberali in denaro
per interventi di restauro e ristrutturazione di impianti sportivi pubblici.

Di Gian Marco Committeri e Filomena Iovino

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Il private equity Armonia nella prevenzione incendi

16 gen 2018

Il Sole 24 Ore, 12 gen 2018

Armonia Sgr ha rilevato il controllo di Gruppi Servizi Associati — società attiva nella prevenzione incendi in infrastrutture complesse come porti, aeroporti, infrastrutture stradali, ospedali, Oil&Gas e cantieristica navale — sulla base di un enterprise value di circa 95 milioni di euro.

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Le cessioni di beni con diverse aliquote IVA nell’ordinamento e nella giurisprudenza unionali

31 ott 2017

Wolters Kluwer Italia, 30 ott 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

L’Agenzia delle Entrate ritiene che la cessione congiunta a prezzo indistinto di beni per i quali sono previste diverse aliquote IVA deve essere assoggettata all’imposta con l’applicazione dell’aliquota IVA più elevata.

Di Gian Marco Committeri e Paolo Stella Monfredini.

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Il monitoraggio delle rinunce ai finanziamenti operate dai soci

19 ott 2017

Il Fisco 38/2017, 19 ott 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Emiliano Ribacchi

Dott. Emiliano Ribacchi

La circolare Assonime n. 17/2017, nel trattare le novità più recenti in materia di reddito d’impresa, si è occupata anche della disciplina fiscale riferita alle rinunce ai crediti operate da soci verso le società partecipate nonché dei medesimi aspetti afferenti le ipotesi di procedure concorsuali sia in presenza che in assenza di effettiva continuazione dell’attività.

Di Gian Marco Committeri e Emiliano Ribacchi

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Il trattamento ai fini IRES delle clausole di aggiustamento prezzo nell’ambito IAS/IFRS

19 ott 2017

La gestione straordinaria delle imprese 5/2017, 19 ott 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Nell’ambito del trasferimento di partecipazione (e/o di aziende), è ricorrente che le parti si accordino per regolare eventuali adeguamenti del prezzo pattuito scaturenti dalle performance della società target conseguite successivamente alla conclusione del deal: in questo modo, l’acquirente tutela la propria esigenza di correlare il corrispettivo a determinati eventi futuri legati all’andamento economico della società oggetto della transazione.

Di Gian Marco Committeri e Mauro Sebastianelli.

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Il trattamento IVA della cessione congiunta di beni con aliquote diverse

19 ott 2017

Wolters Kluwer Italia, 19 ott 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

La risoluzione n. 56/E/2017 dell’Agenzia delle Entrate e la sentenza della Cassazione civile n. 9661 del 14 aprile 2017 si sono occupate della cessione congiunta a prezzo indistinto di beni caratterizzati da aliquote IVA diverse.

Di Gian Marco Committeri e Paolo Stella Manfredini.

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Clessidra: cede Acetum di Modena ad Associated British Foods

12 set 2017

Il Sole 24 Ore - Radiocor Plus, 12 set 2017

Matteo Ricatti, managing director di Clessidra, ha commentato in una nota: ‘Siamo lieti di aver raggiunto questo accordo. Riteniamo di aver accompagnato Acetum nella sua trasformazione da realta’ imprenditoriale a organizzazione managerializzata.

 

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Associated British Foods compra il balsamico Acetum da Clessidra per 300 mln

12 set 2017

Be Beez, 12 set 2017

Acetum spa, l’azienda leader nella produzione e distribuzione di Aceto Balsamico di Modena passerà sotto il controllo della britannica Associated British Foods, quotata al London Stock Exchange.

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Sale and lease back senza più penalizzazioni fiscali per i soggetti non IAS adopter

15 mag 2017

La gestione straordinaria delle imprese 2/2017, 15 mag 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Con l’art. 13-bis del decreto “Milleproroghe” (DL 244/2016) viene finalmente sancita la piena
efficacia fiscale dei criteri contabili di imputazione temporale dei costi e dei ricavi anche
per i soggetti non IAS adopter.

Di Gian Marco Committeri

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Il bonus ai gestori dei fondi non è un benefit

08 mag 2017

Il Sole 24 Ore, 07 mag 2017

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

“Carried interest”.E’ necessario che il rendimento maggiorato rispetti determinati requisiti.

Di Piero Alonzo e Gian Marco Committeri.

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Sale and lease back senza più penalizzazioni fiscali per i soggetti non IAS adopter

21 apr 2017

La gestione straordinaria delle imprese 2/2017, 21 apr 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Con l’art. 13-bis del decreto “Milleproroghe” (DL 244/2016) viene finalmente sancita la piena efficacia fiscale dei criteri di imputazione temporale dei costi e dei ricavi anche per i soggetti con IAS adopter.

Di Gian Marco Committeri.

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Diritto d’autore, l’equo compenso resta fuori dall’Iva

24 gen 2017

Quotidiano del Fisco, 24 gen 2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

I canoni pagati dai soggetti che producono o commercializzano dispositivi e apparecchi idonei alla riproduzione privata per uso personale di fonogrammi e videogrammi (la cosiddetta “copia privata”) sono fuori dal campo di applicazione dell’Iva.

Di Gian Marco Committeri.

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L’ACE nelle operazioni di riorganizzazione aziendale

27 dic 2016

Il Fisco 2/2017

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Emiliano Ribacchi

Dott. Emiliano Ribacchi

L’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma, nel mese di ottobre 2016, ha diffuso un interessante documento avente ad oggetto la disciplina dell’aiuto alla crescita economica (“ACE”) nell’ambito della riorganizzazione aziendale.

Di Gian Marco Committeri e Emiliano Ribacchi.

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Parte del prezzo può passare al socio di maggioranza.

17 ago 2016

Il Sole 24 Ore, 17 Ago 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Non c’è elusione se il socio di minoranza trasferisce parte del prezzo di cessione della partecipazione al socio di maggioranza.

Di Gian Marco Committeri.

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Acquisizione con indebitamento: il focus si sposta su finanziatori e investitori non residenti.

25 lug 2016

Il Fisco, 31 / 2016 - p. 3025, 25 Lug 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Acquisizione con indebitamento: il focus si sposta su finanziatori e investitori non residenti.
Di Gian Marco Committeri.

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Conciliazione ad alto “appeal”

19 lug 2016

Il Sole 24 Ore, 19 Lug 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Per le controversie pendenti al 1° Gennaio 2016 possibili rate fino a 16 mensilità.

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Ammortamento “abbreviato” dei maggiori valori affrancati di avviamento e marchi

15 lug 2016

Corriere Tributario 28/2016, 18 mag 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

La Legge di stabilità ha ridotto da dieci a cinque anni il periodo di ammortamento di marchi e avviamento affrancati per effetto del regime di riallineamento c.d. derogatorio previsto dall’art. 15, comma 10, del D.L. n. 185/2008 a seguito di operazioni straordinarie. Tale disposizione di favore sarà applicabile a tutte le operazioni di riorganizzazione aziendale (fusione, scissione e conferimento d’azienda) poste in essere dal 1° gennaio 2016. Per le altre attività immateriali resta, invece, immutata la deducibilità dei plusvalori affrancati nei limiti della quota imputata a conto economico. Con la circolare n. 20/E/2016, l’Agenzia delle entrate ha fornito utili chiarimenti in merito alle intervenute modifiche al regime di affrancamento.

A cura di Gian Marco Committeri

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Piero Alonzo nuovo a.d. di Clessidra

13 lug 2016

Italia Oggi sette, 11 Lug 2016

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo

Professionisti in crescita.

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Clessidra sgr, esce Bottinelli. Tutte le deleghe ad Alonzo. Ma poi al timone andrà Fera.

05 lug 2016

MF - Milano Finanze, 29 giu 2016

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo

Piero Alonzo è il nuovo amministratore delegato di Clessidra.
Nel Cda entra Mario Fera.

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Le operazioni di Leveraged Buy Out dopo i chiarimenti dell’ Agenzia delle Entrate

17 giu 2016

La gestione straordinaria delle imprese 3/2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Il tanto atteso intervento della Agenzia delle Entrate sul tema delle operazioni di leveraged buy out (LBO) e merger leveraged buy out (MLBO) contiene importanti chiarimenti sul tema principale: l’inerenza (e quindi la deducibilità) degli interessi gravanti sul debito contratto dal veicolo per l’acquisto della società bersaglio (target). A fronte di questa “apertura”, tuttavia, l’Agenzia mantiene alta la guardia sulle operazioni che vedono coinvolti fondi di investimento non residenti. Vengono confermati, infatti, i rilievi relativi all’eventuale localizzazione (ritenuta di comodo) in Paesi UE di strutture intermedie per beneficiare dell’applicazione di direttive o Convenzioni bilaterali e vengono assoggettati a verifica i finanziamenti soci che possono es- sere riqualificati (sulla base di alcuni indicatori) quali apporti di equity e, quindi, non generare interessi passivi deducibili.

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Clessidra, entra Alonzo

27 mag 2016

Il Sole 24 Ore, 18 Mag 2016

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo


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Clessidra avvia il riassetto dopo l’ingresso di Pesenti, Trapani e Bottinelli in uscita

27 mag 2016

Corriere della Sera, 18 Mag 2016

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo


Il Board della società ha nominato vice presidente con deleghe Piero Alonzo, advisor di fiducia di Manuela del Castillo, vedova di Claudio Sposito. Una nomina appoggiata da Pesenti.
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Spese R&S con effetti differenziati

19 apr 2016

Il Sole 24 Ore, 12 apr 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri


Con la circolare 11/E del 7 aprile, l’agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sul regime del patent box, ossia la parziale detassazione del reddito generato da specifici beni immateriali.
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Non residenti, l’attenzione resta alta

06 apr 2016

Il Sole 24 Ore, 06 Apr 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo


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Leverage, sconti a effetto esteso

06 apr 2016

Il Sole 24 Ore, 06 Apr 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo


Le conseguenze della circolare 30/2016 che ha chiarito il trattamento fiscale delle operazioni di “Lbo” e “Mlbo”
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Consolidato fiscale nazionale esteso alle società “sorelle” e meno vincoli per le “branch”

06 apr 2016

Corriere Tributario 15/2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri


Nel D.Lgs. n. 147/2015 sono contenute modifiche rilevanti alla disciplina del consolidato fiscale nazionale, che hanno l’obiettivo di uniformare la nostra disciplina ai recenti orientamenti della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE. “In primis”, ai fini del consolidamento tra società italiane controllate da una società non residente non è più necessario che le partecipazioni da consolidare siano incluse nel patrimonio della “branch”. Altra importante novità normativa ri- guarda il “consolidato orizzontale”: si tratta del consolidato tra società “sorelle”, residenti in Italia o stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di società residenti in Stati UE o aderenti al- l’Accordo SEE, alle quali ora è consentito consolidare le proprie basi imponibili, previa indicazio- ne, da parte del soggetto controllante non residente, della controllata designata ad esercitare l’opzione, che assume la qualità di consolidante con tutte le responsabilità connesse. Il soggetto controllante non residente deve assumere, in via sussidiaria, le responsabilità previste per le so- cietà consolidanti. Qualora siano già esistenti consolidati domestici tra alcune delle società che possono entrare a far parte di un nuovo “consolidato orizzontale”, si possono verificare ef- fetti esaminati dall’Agenzia delle entrate, sia nel Provvedimento attuativo 6 novembre 2015, sia in occasione di incontri con la stampa specializzata
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Niente salvaguardia per le vecchie verifiche

04 feb 2016

Il Sole 24 Ore, 3 Feb 2016

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri


La Ctr Milano fa chiarezza su decreto 128/2015 e Legge di stabilità. Superata la norma che faceva salvi gli atti notificati al 2 settembre 2015.
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Clessidra rileva il controllo di Acetum

16 lug 2015

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo

Lo studio ha assistito Clessidra relativamente agli aspetti fiscali connessi all’acquisizione di una quota di maggioranza di Acetum.

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“Restyling” per la deducibilità degli interessi passivi

21 mag 2015

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Con lo schema di Decreto “crescita e internazionalizza-
-zione”, approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri il 21 aprile 2015, sono state apportate modifiche anche alla deducibilità degli interessi passivi. Il Decreto, infatti, prevede importanti novità che vanno dalla revisione dell’approccio nei confronti delle società estere controllate alla eliminazione dei limiti alla deducibilità degli interessi sui “bond” aziendali, fino ai chiarimenti relativamente alle società immobiliari che possono fruire della deducibilità integrale degli interessi passivi sui finanziamenti relativi ad immobili destinati alla locazione. Le novità entreranno in vigore dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore del Decreto e, quindi, ragionevolmente dall’esercizio 2016 (per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare).
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Clessidra conquista il 90% di Cavalli

08 mag 2015

Dott. Piero Alonzo

Dott. Piero Alonzo

Lo studio ha assistito Clessidra e gli altri coinvestitori relativamente agli aspetti fiscali connessi all’acquisizione del Gruppo Cavalli.
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Clessidra cede i dolci Balconi a Valeo-Capvest

06 mag 2015

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri


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La residenza fiscale segue il lavoro

03 apr 2015

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Le relazioni affettive e familiari non hanno importanza per determinare la sede.
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“PATENT BOX”: IL REGIME OPZIONALE PER GLI “INTANGIBLES”

02 mar 2015

Dott. Gian Marco Committeri

Dott. Gian Marco Committeri

Il disegno di legge di stabilità 2015 contiene importanti misure agevolative relativamente alla fiscalità riservata ai redditi generati da beni immateriali (“Patent box”). Per i soggetti che generano redditi attraverso l’uso di determinati “intangibles”, direttamente o attraverso la concessione in uso a terzi, è prevista la possibilità di optare per un regime agevolativo che li detassa per il 50%. L’opzione sarà vincolante per 5 esercizi e, per il caso di utilizzo diretto dei beni, la quantificazione dei redditi avviene attivando apposita procedura di “ruling”. È prevista inoltre la detassazione integrale delle plusvalenze realizzate attraverso la cessione degli “intangibles” a condizione che almeno il 90% del corrispettivo sia reinvestito, entro i due esercizi successivi, nella manutenzione o sviluppo di altri beni immateriali agevolabili.
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Dividendi «in entrata» e credito per imposte estere

08 ott 2013

Dividendi «in entrata» e credito per imposte estere: le regole per la compatibilita’ comunitaria

Corriere Tributario, 18 / 2011, p. 1531

Fiscalità internazionale

DIVIDENDI «IN ENTRATA» E CREDITO PER IMPOSTE ESTERE: LE REGOLE PER LA COMPATIBILITA’ COMUNITARIA

Committeri Gian Marco; Scifoni Gianfilippo

Riferimenti

Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 165

Sommario: I dividendi «in entrata» – La necessità di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione – Il metodo dell’imputazione ed il credito per le imposte pagate all’estero – Il «foreign tax credit» in presenza di perdite fiscali domestiche – La situazione italiana

Corte di giustizia UE, Sez. III, Sent. 10 febbraio 2011, cause riunite C-436/08 e C-437/08

La sentenza della Corte di giustizia UE del 10 febbraio 2011, nelle cause riunite C-436/08 e C-437/08 [1], statuisce alcuni fondamentali principi in merito al trattamento che deve essere riservato agli utili di fonte estera. In particolare, i giudici comunitari hanno affrontato il tema della tassazione dei dividendi provenienti da società residenti in Paesi terzi [2] ed in tale contesto hanno sancito dei principi non privi di interesse anche in ambito domestico.

Il trattamento fiscale dei dividendi può ricadere nella sfera di applicazione dell’art. 49 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (di seguito T.F.U.E.), in tema di libertà di stabilimento, ovvero in quella dell’art. 63 del T.F.U.E. relativo alla libera circolazione dei capitali. Il discrimine tra le due «libertà» deve individuarsi nella «qualità» delle partecipazioni cui sono collegati i dividendi: se si tratta di partecipazioni che consentono di esercitare una «sicura influenza sulle decisioni della società» si ricade nella sfera di applicazione delle disposizioni del Trattato relative alla libertà di stabilimento, mentre sarà in gioco la libera circolazione dei capitali nel caso si tratti di partecipazioni «effettuate al solo scopo di realizzare un investimento finanziario» [3].

Prima di addentrarci nell’esame della sentenza, merita ricordare che il tema della tassazione dei dividendi era già stato affrontato dalla Corte UE in relazione ai dividendi «in uscita» con la sentenza 19 novembre 2009, causa C-540/07 [4], che aveva visto condannata proprio l’Italia per la discriminazione nella tassazione dei dividendi di fonte italiana percepiti da soci esteri residenti in uno Stato UE rispetto al caso in cui il percettore fosse residente. Giova ricordare che, successivamente all’apertura della procedura di infrazione a carico dell’Italia, ma prima dell’emanazione della sentenza, il legislatore ha modificato la normativa nazionale [5] per correggere l’evidente distorsione ed applicare una ritenuta alla fonte, a titolo d’imposta, con la medesima aliquota cui il dividendo sarebbe assoggettato ove percepito da un’impresa residente (1,375%, corrispondente all’aliquota IRES applicata sulla quota imponibile dei dividendi, pari al 5%). A ben vedere, tuttavia, si tratta di una soluzione che non ha risolto compiutamente la problematica, giacché il legislatore domestico ha ritenuto di stabilire che la modifica normativa (che, si ricorda, trae spunto da espressa richiesta comunitaria) [6] si applica soltanto agli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (i.e. agli utili formatisi nell’anno 2008 per le società con esercizio coincidente con l’anno solare), permanendo così la discriminazione relativamente agli utili formatisi prima del 2008 ed in relazione ai quali i percettori non residenti saranno costretti ad attivare procedure di rimborso e, nell’ipotesi di diniego o di formazione del silenzio-rifiuto, a gestire un defatigante contenzioso il cui esito non potrà che essere loro favorevole [7].

I dividendi «in entrata»

I giudici comunitari hanno esaminato la legislazione austriaca sui dividendi la quale subordina l’esenzione di quelli provenienti da società residenti in Paesi terzi alla sussistenza di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione con il Paese della «fonte».

La normativa austriaca, peraltro, riconosce l’esenzione ai dividendi di fonte estera soltanto se gli utili della società distributrice siano stati effettivamente assoggettati, nello Stato di residenza della medesima, ad un’imposta sulle società paragonabile a quella applicabile in Austria e previa dimostrazione del rispetto di una serie di requisiti; diversamente, il meccanismo per evitare la doppia imposizione è individuato nel metodo dell’imputazione con riconoscimento del foreign tax credit (in relazione al quale, come si dirà infra, la Corte UE ha stabilito importanti principi).

Nella definizione della causa la Corte UE detta importanti chiarimenti, tutti fondati sul principio basilare secondo cui la differente tassazione dei dividendi:

(i) costituisce restrizione al movimento di capitali,

(ii) può giustificarsi solo laddove le fattispecie considerate non siano equivalenti ovvero sussistano motivi di interesse generale e

(iii) non siano imposti a carico dei contribuenti oneri sproporzionati.

La necessità di un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione

La ratio della normativa austriaca, nella parte in cui richiede la sussistenza di un accordo di collaborazione con lo Stato estero, deve essere ricercata nella volontà di assicurarsi uno strumento efficiente per la verifica del carico fiscale effettivamente sopportato dalla società estera che distribuisce il dividendo e ciò poiché la finalità che sottende al riconoscimento dell’esenzione del dividendo è proprio quella di evitare la doppia imposizione [8].

Se da un lato non vi è dubbio che spetta soltanto agli Stati interessati decidere se assumere o meno obblighi in via pattizia, altrettanto evidente è la circostanza che l’eventuale assenza di tale accordo può comportare un regime permanente di non esenzione dall’imposta sulle società.

Si tratta, pertanto, di una normativa che determina una disparità di trattamento in grado di provocare distorsioni alla libera circolazione dei capitali. È evidente, infatti, come una società austriaca possa essere dissuasa dal procedere all’acquisizione di azioni in società estere residenti in Paesi che non abbiano stipulato con l’Austria un accordo per la collaborazione in materia di amministrazione e riscossione [9].

La questione verte, quindi, sulla verifica della sussistenza di giustificazioni della predetta restrizione alla libera circolazione dei capitali e, in caso affermativo, sul rispetto o meno del principio di «proporzionalità» [10] cui deve essere ispirata qualsiasi restrizione di tale genere.

La giustificazione è stata riscontrata nelle ragioni imperative di interesse generale inerenti all’efficacia dei controlli fiscali e della lotta contro le frodi tributarie, ma la normativa austriaca non è stata giudicata «proporzionata» all’obiettivo, giacché per raggiungere gli scopi prefissi è stata ritenuta necessaria, ad avviso dei giudici comunitari, soltanto l’esistenza di un accordo di reciproca assistenza in materia amministrativa e non anche di uno correlato alla fase della riscossione.

Il metodo dell’imputazione ed il credito per le imposte pagate all’estero

Il giudice del rinvio ha anche chiesto alla Corte di esaminare la compatibilità con il diritto comunitario del metodo dell’imputazione che si renderebbe, di fatto, applicabile nella maggior parte dei casi ai dividendi di fonte estera attesa la difficoltà che le imprese austriache beneficiarie dei dividendi incontrano nel soddisfare i requisiti per ottenere l’applicazione del meccanismo, alternativo, dell’esenzione.

Il metodo dell’imputazione si fonda sulla tassazione del dividendo estero in capo alla società percipiente e sul correlato riconoscimento – da parte del relativo Stato di residenza – di un credito d’imposta pari all’imposta pagata sugli utili dalla società distributrice del dividendo [11].

I giudici comunitari hanno correttamente affermato l’equivalenza del metodo dell’imputazione rispetto a quello dell’esenzione per il raggiungimento della finalità di evitare la doppia imposizione [12], ribadendo altresì che il semplice fatto che l’applicazione del metodo dell’imputazione rispetto a quello dell’esenzione comporti oneri amministrativi supplementari non può essere considerato come una differenza di trattamento contraria alla libera circolazione dei capitali [13]. È stata parimenti giudicata in linea con la legislazione comunitaria la contemporanea adozione del metodo dell’esenzione per i dividendi di fonte interna e di quello dell’imputazione nel caso in cui i dividendi vengano corrisposti da una società non residente, quest’ultima subordinata alla duplice condizione che l’aliquota d’imposta applicata sui dividendi «esteri» non sia superiore a quella applicata sui dividendi di fonte nazionale e che il credito d’imposta sia concesso in misura almeno pari all’importo versato nello Stato della società distributrice e fino a concorrenza dell’importo dovuto nello Stato membro della società beneficiaria [14].

Nei confronti dei dividendi provenienti da Stati terzi, peraltro, è ammesso anche l’utilizzo dei due metodi (imputazione ed esenzione) a seconda del superamento di specifiche soglie percentuali di partecipazione al capitale. Ai presenti fini, quindi, ciò che rileva affinché un determinato sistema nazionale di eliminazione della doppia imposizione sugli utili societari sia ritenuto in linea con l’ordinamento comunitario è che siano effettivamente operanti dei meccanismi per prevenire od attenuare l’imposizione a catena sui dividendi. La Corte UE ha, infatti, sancito che l’art. 63 del T.F.U.E. deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale la quale, al fine di prevenire una doppia imposizione economica, esenti dall’imposta sulle società i dividendi di portafoglio percepiti da una società residente e distribuiti da altra società residente e che, invece, con riferimento ai dividendi distribuiti da una società stabilita in uno Stato terzo (non appartenente né alla UE né allo Spazio economico europeo), non preveda né l’esenzione dei dividendi, né un sistema di imputazione dell’imposta pagata dalla società distributrice nel proprio Stato di residenza. Nello statuire un siffatto principio i giudici comunitari hanno nettamente respinto le osservazioni difensive in merito proposte da diversi Governi europei [15], tra i quali quello italiano, secondo i quali gli Stati membri sarebbero dispensati dal riservare ai dividendi provenienti da Paesi terzi un trattamento fiscale identico a quello accordato ai dividendi provenienti da società residenti, facendo assurgere a motivo imperativo di interesse generale la «necessità di garantire una ripartizione equilibrata del potere impositivo». I giudici comunitari sul punto hanno confermato che «la riduzione delle entrate tributarie non può essere considerata un motivo imperativo di interesse generale invocabile per giustificare una misura contraria, in linea di principio, ad una libertà fondamentale» [16].

Il «foreign tax credit» in presenza di perdite fiscali domestiche

La sentenza affronta, inoltre, il delicato tema del meccanismo applicativo del credito per le imposte pagate all’estero, esaminando la relazione tra concessione del foreign tax credit e sussistenza di una imposta nazionale da corrispondere (e, quindi, di imponibili domestici che ne generano la debenza).

Risulta, infatti, evidente come il reddito estero (nel caso di specie il «dividendo», ma la questione è generalizzabile a qualsiasi tipologia di reddito prodotto all’estero) può essere percepito in un esercizio fiscale in cui la società beneficiaria registri perdite e, pertanto, il reddito estero potrebbe non dare origine all’emersione di alcuna imposta dovuta nel relativo Stato di residenza.

Ciononostante, il reddito estero, concorrendo alla formazione dell’imponibile nazionale, avrà quale effetto quello di ridurre la perdita fiscale realizzata dal beneficiario residente con conseguente riporto a nuovo di una perdita inferiore rispetto a quella di cui quest’ultimo avrebbe potuto disporre se al dividendo estero fosse stato applicato il meccanismo dell’esenzione in luogo di quello della imputazione [17]. Ne consegue, quindi, come l’applicazione del metodo dell’imputazione può comportare un trattamento non equivalente rispetto al metodo dell’esenzione.

La questione è stata correttamente colta dalla Corte UE che ha opportunamente chiarito come l’art. 63 del T.F.U.E. osti ad una normativa che, in ipotesi di applicazione del metodo dell’imputazione, non consenta di riportare l’imputazione dell’imposta sulle società pagata nello Stato di residenza dalla società distributrice dei dividendi agli esercizi successivi nel caso in cui, per l’esercizio nel corso del quale la beneficiaria residente ha percepito i dividendi di origine estera, tale società abbia registrato perdite di esercizio: ciò in quanto, la negazione di tale possibilità è idonea a determinare «una doppia imposizione economica a carico di tali dividendi in occasione degli esercizi fiscali successivi, qualora il risultato della beneficiaria sia positivo» [18].

Infine, i giudici comunitari hanno sancito che il diritto comunitario non obbliga uno Stato membro a prevedere, nella propria normativa, l’imputazione non soltanto dell’imposta sulle società assolta nello Stato in cui la società distributrice dei dividendi è stabilita, ma anche di quella prelevata da tale Stato mediante ritenuta alla fonte, giacché si tratta, in tal caso, di doppia imposizione che scaturisce dall’esercizio parallelo, da parte degli Stati in questione, della loro rispettiva competenza fiscale [19].

La situazione italiana

Il legislatore nazionale, con la riforma dell’IRES, ha optato per l’adozione del metodo dell’esenzione per eliminare la doppia imposizione sui dividendi nell’ambito del regime d’impresa ed ha riscritto le regole in materia di foreign tax credit per ovviare a diverse problematiche che avevano da sempre accompagnato l’applicazione pratica della specifica misura (tra le quali l’impossibilità di avvalersi della detrazione delle imposte pagate all’estero nel caso in cui il reddito estero risulti integralmente assorbito da perdite relative alla gestione italiana) [20]. Per quanto attiene ai dividendi, quindi, il meccanismo generalizzato per ovviare alla doppia imposizione è attualmente quello dell’esenzione, tanto per quelli di fonte nazionale che per quelli di fonte estera [21].

Ciò posto, la sentenza in commento offre l’occasione per compiere una disamina di uno dei profili di maggiore criticità ravvisabile nella vigente disciplina [22] del foreign tax credit quale delineata dall’art. 165 del T.U.I.R.

Trattasi, beninteso, di questione sulla quale la Corte di giustizia non ha preso posizione in occasione della sentenza in commento, in quanto la controversia aveva ad oggetto la normativa fiscale austriaca, ma della quale, in considerazione dei menzionati aspetti di criticità, non può escludersi che i giudici comunitari potranno in futuro essere chiamati ad occuparsi.

Tenuto conto dei principi di diritto statuiti dai giudici comunitari in materia di foreign tax credit con specifico riferimento ai dividendi scambiati tra soggetti societari, l’esame della normativa domestica deve esser compiuto in relazione alle altre tipologie di «redditi prodotti all’estero».

A meritare uno specifico approfondimento è, più precisamente, la questione della spettanza del credito d’imposta qualora il reddito di fonte estera sia assorbito (rectius azzerato) dal risultato negativo conseguito nel medesimo periodo dalla gestione nazionale [23].

In tale contesto è agevole rilevare come la normativa domestica contempli un correttivo alla situazione di eccedenza dell’imposta estera rispetto alla quota di imposta italiana riferibile al reddito estero sul quale la prima è stata prelevata con esclusivo riferimento ai redditi d’impresa: solo relativamente a questi ultimi, infatti, è previsto un meccanismo di riporto all’indietro e, se necessario, in avanti della predetta eccedenza e, inoltre, con esclusivo riferimento al medesimo Paese estero [24].

In ogni caso, ad una prima analisi, il sistema italiano sembrerebbe essere in linea con l’arresto statuito dai giudici comunitari [25] nella pronuncia in commento, essendo quest’ultimo specificamente riferito alla fiscalità dei dividendi scambiati tra soggetti societari (per i quali nel nostro Paese è previsto un regime di generalizzata esenzione).

Ci si può, peraltro, domandare a ragione se le conclusioni cui è pervenuta la Corte UE siano generalizzabili al di là della particolare species reddituale (dividendi) al quale le stesse sono riferite: in caso affermativo, si dovrebbe concludere che la normativa nazionale presenta talune lacune rispetto agli enunciati principi comunitari.

Anzitutto, il riporto a nuovo dell’imposta estera è concesso soltanto con riferimento «allo stesso reddito estero», mentre il riporto a nuovo cui si riferiscono i giudici nella sentenza in commento non soffre tale limitazione «territoriale», in quanto mira, più semplicemente, ad evitare una ingiustificata doppia imposizione che verrebbe a crearsi, ovviamente, anche qualora il reddito prodotto da una stabile organizzazione all’estero (ad esempio, francese) vada a ridurre le perdite fiscali della casa madre residente (e ciò avviene automaticamente) e questa non possa recuperare le imposte corrisposte in Francia se non al verificarsi della situazione opposta (eccedenza d’imposta italiana rispetto a quella francese). Secondariamente, nessun riporto a nuovo del credito per le imposte assolte all’estero (in caso di incapienza dell’imposta nazionale) è consentito dal T.U.I.R. per i redditi diversi dal reddito d’impresa, mentre non può escludersi che anche per tali fattispecie reddituali il reddito estero possa essere tassato in una annualità in cui il contribuente non presenta redditi imponibili complessivi e, pertanto, non si renda spettante il credito d’imposta, ai sensi dell’art. 165, comma 1 [26], con conseguente determinazione di una situazione potenzialmente non in linea con il principio di diritto enunciato dai giudici comunitari [27].

Note:

[1] Per il testo della sentenza cfr. pag. 1537.
[2] La pronuncia in esame è rivolta sia agli Stati che siano parti contraenti dell’accordo sullo Spazio economico europeo del 2 maggio 1992 che ai Paesi terzi rispetto a questi ultimi.
[3] Cfr. punto 35 della sentenza in commento.
[4] In GT – Riv. giur. trib. n. 2/2010, pag. 97, con commento di D. Stevanato, e in Banca Dati BIG, IPSOA.
[5] Cfr. art. 1, comma 68, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Finanziaria 2008) che ha introdotto il comma 3-ter nell’art. 27 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.
[6] Il riferimento è al parere motivato della Commissione dell’Unione europea n. C(2006) 2544 del 28 giugno 2006 con il quale, nell’ambito della procedura di infrazione comunitaria aperta contro l’Italia, era stato richiesto al nostro Paese di modificare la legislazione nazionale, palesemente discriminatoria, con riferimento al regime fiscale degli utili di fonte italiana corrisposti a soggetti residenti in un altro Stato membro rispetto ai medesimi utili corrisposti a beneficio di società residenti.
[7] Dalla lettura della citata sentenza 19 novembre 2009 risulta, infatti, pacifico come i giudici comunitari non abbiano conferito alcuna rilevanza alla modifica normativa medio tempore introdotta, limitandosi a rilevare, sanzionandola, la violazione tout court di un principio posto dall’ordinamento comunitario.
[8] Si tratta, quindi, di situazione che non può prescindere dall’accertamento di una (preventiva) tassazione all’atto della produzione del reddito che darà origine al dividendo.
[9] Si tratta di tematica che perde di significato per i rapporti tra gli Stati membri, tra i quali vige il sistema di cooperazione istituito dalla direttiva del Consiglio 77/799/CEE del 19 dicembre 1977 in tema di reciproca assistenza, ma che, riveste, invece, importanza per i rapporti con tutti gli altri Stati come dimostrato dal fatto che i Governi austriaco, tedesco, italiano, olandese ed inglese hanno fatto presente che ritengono legittimo subordinare l’esenzione dei dividendi di portafoglio all’esistenza di un accordo di reciproca assistenza con lo Stato terzo interessato, posto che «la verifica dell’imposta pagata dalla società distributrice di dividendi implicherebbe uno scambio di informazioni con l’Amministrazione tributaria dello Stato nel quale tale società è stabilita» (cfr. punto 64 della sentenza in commento).
[10] La restrizione di una libertà di circolazione, quand’anche sia appropriata rispetto all’obiettivo perseguito, non può spingersi oltre quanto è necessario per il conseguimento di quest’ultimo (principio di proporzionalità).
[11] Il principio presuppone che lo Stato della residenza (della società beneficiaria del dividendo) conceda un credito d’imposta pari all’imposta pagata dalla società distributrice nel suo Stato di residenza, credito che trova un limite nell’imposta sulle società dovuta, dalla società che ha incassato il dividendo stesso (cfr. punto 162 della sentenza in commento).
[12] Così che sono irrilevanti le eventuali difficoltà che il contribuente dovesse incontrare nel fornire le prove richieste per l’applicazione del metodo dell’esenzione, giacché si avrebbe per conseguenza l’applicazione del metodo, alternativo, dell’imputazione.
[13] Cfr. punto 91 ove si rinvia alla sent. Test Claimants in the FII Group Litigation.
[14] Cfr. punto 86.
[15] Cfr. punto 118.
[16] Cfr. punto 126. Il principio era già stato sancito dalle sent. 7 settembre 2004, causa C-319/02 e 14 settembre 2006, causa C-386/04, entrambe in Banca Dati BIG, IPSOA.
[17] Cfr. punto 158 della sentenza in commento.
Si tratta, a ben vedere, di una vera e propria forma di tassazione «indiretta» del reddito estero. Quest’ultimo, infatti, a causa della presenza di una perdita della gestione italiana di ammontare almeno corrispondente, non è fatto oggetto di prelievo immediato di imposta italiana, ma va, in ogni caso, ad erodere la predetta perdita, «consumando» per un pari importo il risparmio fiscale alla stessa sotteso. In tal senso, per tutti, S. Mayr, «La disciplina del credito d’imposta per i redditi esteri (Parte II)», in Boll. trib. n. 9/2006, pag. 728.
[18] Cfr. punto 158 della sentenza in commento.
[19] Trattasi, in altri termini, di circostanza non sindacabile in quanto conseguente in modo fisiologico all’esercizio della potestà impositiva sui dividendi da parte tanto dello Stato membro della fonte quanto di quello di residenza del percipiente. Peraltro, la mancata imputazione dell’imposta prelevata mediante ritenuta alla fonte non comporta distorsioni, giacché la medesima imposta resta, comunque, definitivamente corrisposta anche nel caso di applicazione del metodo alternativo dell’esenzione (che avrà ad oggetto il dividendo «netto» percepito).
[20] La distorsione provocata in termini di (mancata) spettanza del foreign tax credit nel caso in cui la gestione nazionale risulti in perdita nell’anno in cui è realizzato il reddito all’estero è stata lungamente dibattuta in dottrina sia anteriormente che successivamente all’introduzione dell’IRES. È stato, infatti, rilevato come l’assenza di un imponibile «interno», determinando la conseguente mancanza di un’imposta applicabile nel territorio nazionale facesse venir meno ex se la possibilità che si generasse un credito per le imposte pagate all’estero (si vedano, tra gli altri, B. Gangemi, «Credito d’imposta e redditi esteri», in Boll. trib. n. 4/1990, pag. 256; A. Miraulo, Doppia imposizione internazionale, pag. 112, Milano, 1990; G.M. Committeri e G. Scifoni, «Imposte estere a deducibilità limitata», in il fisco n. 29/2002, pag. 4629). In tale situazione il sistema, circostanza quest’ultima inaccettabile a parere di chi scrive, non prevedeva alcun correttivo, non essendo consentivo il riporto a nuovo dell’eccedenza, né tantomeno la possibilità di chiederne il rimborso. L’affermazione per cui, diversamente operando, si sarebbe traslato l’onere del carico impositivo estero dal contribuente all’Erario italiano, a ben vedere, non convince, essendo innegabile che il prelievo fiscale assolto all’estero, se non recuperato in detrazione per mezzo del meccanismo del foreign tax credit, si risolve in un vero e proprio costo di produzione per l’impresa che lo subisce, con la conseguenza che, qualora non se ne consenta lo scomputo dall’imponibile nazionale ciò si risolverebbe in un’ingiustificata doppia imposizione (in tal senso B. Gangemi, op. loc. ult. cit.; nel senso di negare la configurabilità quale onere deducibile dall’imponibile nazionale dell’imposta assolta all’estero nel caso in cui quest’ultima, per effetto di perdite dell’esercizio della gestione nazionale, non possa beneficiare del credito d’imposta, mancando un’imposta nazionale alla quale imputare il credito stesso, A. Miraulo, op. loc. ult. cit., la quale ritiene, peraltro, che in tale ipotesi possa spettare, in ogni caso, il diritto al rimborso del prelievo assolto all’estero).
Come correttamente riconosciuto, l’incongruenza nel funzionamento del meccanismo del credito per le imposte estere conseguente alla presenza di perdite nazionali che assorbono il reddito prodotto all’estero, peraltro, continua a porsi anche nel sistema successivo all’introduzione dell’IRES (cfr. A.M. Gaffuri, La tassazione dei redditi d’impresa prodotti all’estero, Milano, 2008, pag. 421, nota 12; S. Mayr, op. loc. ult. cit.), in quanto la soluzione individuata dal legislatore della riforma del 2004 (nel senso di consentire – seppur entro un arco temporale limitato – il riporto all’indietro e, se necessario, in avanti dell’eccedenza di imposta estera che non ha trovato capienza nell’imposta nazionale dell’anno in cui il reddito estero su cui la prima è stata applicata ha concorso alla formazione dell’imponibile complessivo) opera, per espressa previsione dell’art. 165, comma 6, con esclusivo riferimento ai redditi esteri aventi natura imprenditoriale. Ora, se non può negarsi che il sistema attuale supera il principale difetto di quello previgente (in vigenza del quale in assenza di imposta nazionale, per effetto di una perdita della gestione italiana, l’imposta estera era definitivamente persa), è anche vero che il recupero dell’eccedenza dell’imposta estera non detratta per incapienza dell’imposta nazionale riferibile al medesimo reddito è meramente eventuale, venendo a dipendere dal verificarsi della situazione opposta negli otto anni precedenti (carry backward) o, qualora non sia il caso, negli otto anni successivi (carry forward). Come correttamente osservato, «rimane, quindi, il problema, non risolto neanche dalla nuova disciplina, dato dal fatto che la compensazione della perdita italiana con il reddito positivo estero – sul quale grava un’imposta estera e che con la nuova disciplina può essere solo eventualmente «recuperata» – ha annullato o ridotto la perdita riportabile per la società italiana» (in tal senso S. Mayr, op. loc. cit., pag. 733 al quale si rinvia per la puntuale disamina del meccanismo del riporto delle eccedenze).
[21] Eccezion fatta per quelli provenienti da società localizzate in giurisdizioni black list (cfr. art. 89, comma 3, del T.U.I.R.).
[22] Nella quale continua a valere, come nel sistema ante-IRES, la condizione che subordina la detrazione dell’imposta estera all’effettiva concorrenza dei redditi esteri alla formazione del reddito complessivo imponibile in Italia, con la conseguenza che, se questi ultimi vi concorrono in misura soltanto parziale, il credito d’imposta scomputabile si riduce proporzionalmente (sul punto cfr. Cass., 4 febbraio 2011, n. 2689, in Banca Dati BIG, IPSOA, riferita al regime del previgente art. 15 del T.U.I.R.).
[23] Per una specifica disamina del tema, così come del complessivo funzionamento del credito per le imposte estere anteriormente all’introduzione dell’IRES, si rimanda a G.M. Committeri e G. Scifoni, «Tassazione all’estero e credito d’imposta. Il recupero dei tributi versati. Convenzioni contro le doppie imposizioni. Casi pratici e prassi ministeriale», in Guida Normativa, Dossier mensile giugno 2002.
[24] In tal senso dispone, infatti, il comma 6 dell’art. 165 che disciplina i ccdd. carry backward e carry forward.
[25] A prescindere da eventuali considerazioni circa la previsione di una limitazione temporale (8 anni) al riporto all’indietro e in avanti dell’eccedenza di imposta estera rispetto alla quota parte di imposta italiana riferibile al medesimo reddito.
[26] L’impossibilità di applicare l’art. 165, comma 1, del T.U.I.R. (per mancanza di un’imposta nazionale cui imputare il credito) rende inoperante l’art. 11, comma 4, del T.U.I.R. (disposizione servente al menzionato art. 165) a mente del quale, si rammenta, in sede di determinazione dell’imposta «si detrae l’ammontare dei crediti di imposta spettanti al contribuente a norma dell’articolo 165. Se l’ammontare dei crediti di imposta è superiore a quello dell’imposta netta il contribuente ha diritto, a sua scelta, di computare l’eccedenza in diminuzione dell’imposta relativa al periodo di imposta successivo o di chiederne il rimborso in sede di dichiarazione dei redditi» o, ancora, di utilizzarla in compensazione in sede di versamento unificato ex D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241 (cfr. S. Mayr, op. loc. cit., pag. 735).
[27] In proposito si ritiene che l’obiezione per cui la concessione della spettanza del foreign tax credit anche nel caso in cui manchi un’imposta italiana alla quale imputare il credito stesso (che, dal punto di vista pratico, assumerebbe le sembianze del riconoscimento di un diritto al rimborso dell’imposta prelevata all’estero) si tradurrebbe in un ingiusto finanziamento dello Stato italiano al contribuente percosso dall’imposizione in altri Stati costituisca argomento che difficilmente potrebbe essere accettato dai giudici comunitari. La necessità di preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati è, infatti, una delle circostanze che la giurisprudenza della Corte di giustizia ha tradizionalmente valorizzato quale eccezione giustificativa in presenza di discriminazioni alle libertà fondamentali del TFUE, ma questo argomento non è stato, ad esempio, accettato proprio nelle pronunce che hanno condannato le discriminazioni esistenti sul fronte della tassazione dei dividendi sia «in entrata» che «in uscita». Si tratta, tra l’altro, di un’argomentazione che «pur essendo ispirata dalla comprensibile preoccupazione di tutelare gli interessi finanziari dello Stato italiano, non trova alcun fondamento, peraltro, nella disciplina positiva» (cfr. A.M. Gaffuri, op. loc. cit., pag. 429, nota 106).

Riflessi dichiarativi della «CFC Rule»

08 ott 2013

Corriere Tributario, 26 / 2011, p. 2119

Fiscalità internazionale

RIFLESSI DICHIARATIVI DELLA «CFC RULE»

Committeri Gian Marco;Scifoni Gianfilippo

Riferimenti

Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 167

Decreto Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 Art. 168

Circolare 26 maggio 2011 n. 23/E

Sommario: Successione pratica degli adempimenti – Quadro FC – Determinazione del reddito della CFC – Quadro RM – Determinazione dell’imposta dovuta dai soci residenti della CFC – Quadro RS – Prospetto degli utili distribuiti dalla CFC

Per gli adempimenti dichiarativi connessi all’applicazione della disciplina in materia di società controllate estere (controlled foreign companies – «CFC») e collegate estere, di cui agli artt. 167 e 168 del T.U.I.R., si conferma anche per il periodo d’imposta 2010 il tradizionale impianto «strutturato».

L’assolvimento degli obblighi dichiarativi in materia di società controllate e collegate estere non si esaurisce, infatti, nella redazione di uno specifico quadro del Mod. UNICO, ma richiede la predisposizione di più prospetti del predetto modello.

Si tratta, più precisamente:

– del quadro FC (Redditi dei soggetti controllati o collegati residenti in Stati o territori con regime fiscale privilegiato);

– del quadro RM (Redditi derivanti da partecipazioni in imprese estere);

– del quadro RS (Prospetti vari), prospetto «Utili distribuiti da imprese estere partecipate e crediti d’imposta per le imposte pagate all’estero».

Successione pratica degli adempimenti

Il quadro FC è finalizzato alla determinazione del reddito imponibile del soggetto estero partecipato, muovendo dal relativo risultato di bilancio e procedendo all’applicazione delle variazioni in aumento e in diminuzione previste dal T.U.I.R. in materia di determinazione del reddito d’impresa.

La compilazione del quadro FC conduce all’individuazione del reddito imponibile della CFC, nonché delle imposte dalla stessa assolte nel proprio ordinamento di appartenenza, elementi che formano oggetto di imputazione ai vari soci residenti in proporzione alla quota partecipativa nella stessa detenuta.

I dati in esame vengono successivamente recepiti da tali ultimi soggetti nell’ambito del quadro RM del proprio Mod. UNICO che, una volta compilato, conduce alla liquidazione dell’imposta dovuta sul reddito della CFC ad essi imputato per trasparenza.

Infine, nel caso in cui la CFC abbia distribuito dividendi relativi ad utili oggetto di precedente imputazione per trasparenza, la compilazione dei righi RS75 e RS76 del quadro RS consente al socio residente di sterilizzare ai fini impositivi i dividendi in questione fino a concorrenza degli utili ad esso già imputati per trasparenza. Ciò all’evidente fine di evitare una doppia imposizione sul medesimo reddito.

Di seguito si passeranno in rassegna le principali criticità legate alla compilazione dei predetti quadri [1], dando, tra l’altro, conto degli spunti interpretativi contenuti nella circolare dell’Agenzia delle entrate 26 maggio 2011, n. 23/E [2].

Quadro FC – Determinazione del reddito della CFC

Il quadro in esame, come anticipato, è finalizzato alla determinazione del reddito imponibile della CFC da imputare per trasparenza al controllante residente [3].

Sono tenuti alla compilazione del quadro (e, quindi, ad applicare la CFC rule) i soggetti residenti in Italia che detengono, direttamente o indirettamente, anche tramite società fiduciarie o per interposta persona, il controllo di un’impresa, di una società o di altro ente, residente o localizzato in Stati o territori con regime fiscale privilegiato, nonché in un territorio non compreso nella black list (in quest’ultimo caso, qualora non sia stato presentato l’interpello disapplicativo previsto dall’art. 167, comma 8-ter, del T.U.I.R. o, qualora presentato, sia stata negata la disapplicazione da parte dell’Agenzia) [4].

La nozione di controllo in tale sede rilevante è quella dell’art. 2359 c.c., espressamente richiamato dall’art. 167, comma 3, del T.U.I.R. Rileva, pertanto, anche il controllo cd. contrattuale (o extra-assembleare in quanto esercitato al di fuori di voti esercitabili nell’assemblea ordinaria): in tale caso, tuttavia, la compilazione del quadro è necessaria soltanto se vi sia una, pur minima, partecipazione agli utili del soggetto non residente.

Nei casi, frequenti nella prassi, in cui un soggetto residente esercita il controllo sulla CFC in via indiretta, per il tramite di una o più società residenti, poteva porsi il dubbio se alla compilazione del quadro FC fosse tenuto il controllante «di grado più elevato» o la società residente che nella catena societaria risulti più prossima alla CFC.

La formulazione letterale dell’art. 167 del T.U.I.R., che individua quale soggetto naturalmente destinatario della CFC rule il controllante, in via diretta o indiretta, della controllata estera, fa chiaramente propendere per la concentrazione dell’obbligo dichiarativo in capo al controllante «di ultimo livello». Tale impostazione è stata di recente fatta propria dall’Agenzia delle entrate che ha chiarito una volta per tutte come in siffatte ipotesi di catene societarie caratterizzate dalla presenza di più società intermedie residenti il quadro FC debba essere compilato dal controllante residente «di ultimo livello» [5].

Le istruzioni al modello UNICO-SC 2011 prevedono, più precisamente, che, in tale particolare ipotesi, l’obbligo di compilazione del quadro FC incombe sul socio italiano posto al livello più elevato nella catena di controllo (controllante indiretto) che sarà tenuto a determinare – nell’ambito della propria dichiarazione dei redditi – il reddito della partecipata estera e a imputarlo pro quota (Sezione IV del quadro FC) al soggetto residente (o alla stabile organizzazione italiana di un soggetto non residente) interposto nella catena di controllo. Tale ultimo soggetto (controllante diretto) sarà a sua volta tenuto ad indicare nel quadro RM della propria dichiarazione dei redditi la quota di reddito ad esso imputata dal controllante «di ultimo livello».

Nella particolare ipotesi in cui il soggetto controllante di ultimo livello non eserciti attività d’impresa, ma controlli interamente la CFC attraverso un’impresa (società o ente) residente, è tale ultimo soggetto ad essere tenuto all’assolvimento degli obblighi dichiarativi e alla connessa compilazione del quadro FC.

Quanto alla determinazione del reddito della CFC (oggetto della Sezione II del quadro FC), dovrà farsi applicazione delle ordinarie norme del T.U.I.R. che contemplano le variazioni da apportare, in aumento o in diminuzione, al risultato di bilancio (eccezion fatta per la possibilità di avvalersi dell’imponibilità rateizzata delle plusvalenze espressamente esclusa dall’art. 167, comma 6, del T.U.I.R.) [6]. In sede di determinazione dell’imponibile della CFC dovrà farsi, inoltre, applicazione delle altre norme relative alla determinazione del reddito d’impresa contemplate in provvedimenti diversi dal T.U.I.R., come ad esempio la disciplina in materia di società di comodo di cui all’art. 30 della legge 23 dicembre 1994, n. 724 [7].

Il risultato di bilancio della CFC deve, inoltre, essere determinato secondo il cambio del giorno di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione della CFC.

Il reddito in tal modo determinato non concorre, peraltro, alla formazione dell’imponibile complessivo del controllante residente, essendo soggetto a tassazione separata nell’ambito del quadro RM.

Nel caso in cui la determinazione del risultato fiscale della CFC evidenzi una perdita, la stessa rimarrà «segregata» in capo alla stessa CFC, potendo essere computata esclusivamente in diminuzione dei suoi futuri utili entro l’ordinario termine quinquennale di riportabilità previsto dall’art. 84 del T.U.I.R. La perdita della CFC non può, quindi, in nessun caso formare oggetto di imputazione diretta ai soggetti partecipanti.

In ogni caso, potranno essere utilizzate in compensazione del reddito della CFC esclusivamente le perdite pregresse dalla stessa prodotte e non ancora utilizzate in compensazione, indicate nella Sezione II-B del quadro FC [8].

Importanti precisazioni sono state di recente fornite dall’Agenzia delle entrate relativamente alla sorte delle perdite della CFC nel caso in cui si verifichi un mutamento del soggetto controllante. A questo proposito è necessario distinguere se, nel caso di cessione infragruppo della CFC, venga o meno a mutare il soggetto controllante «di ultimo livello». Nel caso in cui, per effetto della cessione infragruppo, muti semplicemente il controllante diretto italiano (quello più prossimo alla CFC nella catena di controllo), le perdite in precedenza realizzate dalla CFC continueranno ad essere utilizzabili dal controllante «di ultimo livello» in sede di determinazione del reddito della controllata estera nel quadro FC del proprio Mod. UNICO. Se, invece, per effetto della predetta cessione, si verifichi un cambiamento del controllante di grado più elevato, le perdite in precedenza realizzate dalla CFC (e ancora disponibili per la compensazione di futuri utili della stessa) si azzereranno, in quanto la CFC rule verrà ad essere applicata da un socio italiano (il nuovo controllante «di ultimo livello») diverso dal precedente [9].

Infine, i valori da assumere quali costi fiscali riconosciuti degli asset patrimoniali dell’impresa estera controllata sono quelli evidenziati nel suo bilancio (o altro documento riepilogativo della contabilità d’esercizio), redatti secondo le norme dello Stato o territorio estero di residenza. Sul punto le istruzioni alla compilazione dell’UNICO-SC 2011 precisano che tale documento, formante parte integrante del prospetto FC, dovrà essere tenuto a disposizione dell’Amministrazione finanziaria dal controllante italiano per i necessari controlli [10]. Questi è, in ogni caso, tenuto a fornire – entro 30 giorni dalla richiesta degli Uffici finanziari – la documentazione giustificativa dei costi di acquisizione dei beni relativi all’attività esercitata dalla CFC, nonché delle componenti reddituali rilevanti ai fini della determinazione dell’utile o della perdita dalla stessa realizzati.

Una volta determinato il risultato fiscale della CFC, il socio italiano controllante «di ultimo livello» procede ad attribuirlo pro-quota [11] (unitamente alla quota parte delle imposte assolte all’estero a titolo definitivo dalla CFC) ad ognuno dei soggetti residenti interposti nella catena di controllo (Sezione IV del quadro FC) [12]. Ciascuno di essi (ivi compreso, nel caso di partecipazione diretta nella CFC, il soggetto controllante «di ultimo livello») riporterà la quota parte del reddito (e delle imposte estere) ad esso imputate per trasparenza nel quadro RM del proprio Mod. UNICO.

Quadro RM – Determinazione dell’imposta dovuta dai soci residenti della CFC

Sono tenuti alla compilazione del quadro RM i soci di una CFC ai quali siano stati imputati (dal soggetto controllante, diretto o indiretto, della CFC stessa) i redditi di tale società dichiarati nel quadro FC, Sezione II-A del Mod. UNICO del controllante medesimo.

I redditi in questione sono assoggettati a tassazione separata nel periodo d’imposta in corso alla data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione della CFC, con l’aliquota media applicata sul reddito complessivo netto e comunque non inferiore al 27%. Qualora il socio dichiarante detenga partecipazioni in più CFC e, pertanto, gli siano stati imputati per trasparenza più redditi, sarà tenuto a compilare in ogni suo campo un rigo per la tassazione del reddito di ogni società estera cui partecipa.

Il socio dichiarante dovrà, in sintesi, indicare il reddito ricevuto per trasparenza in proporzione alla propria quota partecipativa e assoggettarlo a tassazione separata con l’aliquota media applicata al proprio reddito complessivo netto, corrispondente al rapporto [imposta (rigo RN9) / reddito (rigo RN 7 col. 1 + RN8 col. 1)]. Detta aliquota non potrà, in ogni caso, essere inferiore al 27%.

L’imposta così determinata andrà decurtata delle imposte assolte all’estero in via definitiva dalla CFC (nella quota attribuita per trasparenza al socio dichiarante) [13].

Quadro RS – Prospetto degli utili distribuiti dalla CFC

Nel caso in cui la società controllata estera distribuisca dividendi relativi a redditi già oggetto di imputazione per trasparenza in capo al socio residente, quest’ultimo è tenuto a compilare tale prospetto al fine di escludere detti proventi dalla formazione dell’imponibile. Ai sensi dell’art. 3, comma 4, del D.M. 21 novembre 2001, n. 429, infatti, gli utili distribuiti dalla CFC non concorrono a formare il reddito complessivo del soggetto partecipante fino a concorrenza dell’ammontare dei redditi oggetto di precedente assoggettamento a tassazione separata [14]. L’imputazione reddituale per trasparenza in cui si esplica la CFC rule esaurisce, più precisamente, il prelievo impositivo sul reddito dalla stessa prodotto, con la conseguenza che se quest’ultima distribuisca in un secondo momento dividendi che originano da redditi già tassati per trasparenza, i predetti redditi non vanno nuovamente assoggettati ad imposizione in capo al socio italiano [15].

Le istruzioni ministeriali precisano che il prospetto in esame deve essere compilato anche nell’ipotesi in cui nel periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione non siano stati distribuiti utili. Per ciascuna impresa, società od ente localizzato in Stati o territori con regime fiscale privilegiato cui il dichiarante partecipi deve essere compilato uno specifico rigo del prospetto (RS75 – RS76).

L’importo degli utili che, per effetto della disposizione da ultimo menzionata, non concorrono a formare il reddito imponibile della CFC, dovrà essere riportato nel quadro RF, nell’ambito delle variazioni in diminuzione da apportare in sede di determinazione dell’imponibile complessivo del socio dichiarante (rigo RF48).

Pratica Fiscale e Professionale

S. Cinieri, «CFC: le risposte delle Entrate», n. 25/2011, pag. 10.

Note:

[1] Nel prosieguo l’esposizione sarà riferita alle società controllate estere (CFC) contemplate dall’art. 167 del T.U.I.R., salvo operare, laddove necessario, opportuni riferimenti alla specifica situazione delle società collegate estere di cui al successivo art. 168 del medesimo Testo Unico.
[2] In Banca Dati BIG, IPSOA.
[3] Un’apposita sezione del quadro (Sez. III) è specificamente rivolta alla determinazione del reddito delle imprese estere collegate di cui all’art. 168 del T.U.I.R. Relativamente a queste ultime la determinazione del reddito oggetto di attribuzione per trasparenza al socio residente non avviene, tuttavia, nell’ambito delle ordinarie norme del T.U.I.R., come nel caso delle CFC propriamente dette. Per le società estere collegate, infatti, il partecipante residente procede alla determinazione del reddito (oggetto di successiva imputazione pro-quota per trasparenza) nell’importo corrispondente al maggiore tra l’utile ante imposte della collegata estera (risultante dal relativo bilancio redatto anche in assenza di uno specifico obbligo in seno alla normativa locale) e un reddito determinato su base presuntiva, quale scaturente dall’applicazione di taluni coefficienti di rendimento alle categorie di beni che formano l’attivo patrimoniale di tale società, distintamente indicati ai righi da 48 a 50 del quadro FC (più precisamente, l’1% per i «titoli e crediti», il 4% per gli «immobili» e il 15% per le «altre immobilizzazioni»).
[4] Nel caso di controllo esercitato nei confronti di più società estere, si rende necessario procedere alla compilazione di un quadro FC per ognuna di esse. Occorrerà, pertanto, numerare progressivamente la casella «Mod. N.» posta in alto a destra del quadro.
[5] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 8.1. L’Agenzia ha, inoltre, riconosciuto che nella stessa ipotesi (controllo della CFC detenuto per il tramite di uno o più soggetti residenti interposti nella catena di controllo) l’interpello disapplicativo possa essere presentato dal socio residente «più prossimo» alla CFC «in quanto trattasi del soggetto che ha maggiore facilità di accesso ai dati e alle notizie riguardanti la società estera». Anche in tal caso, tuttavia, l’obbligo di compilazione del quadro FC incomberà sempre sul controllante «di ultimo livello» che, una volta determinato il reddito imponibile della CFC, procederà ad imputarlo pro-quota alla controllata residente autrice dell’interpello.
[6] Riguardo alle previsioni del T.U.I.R. utilizzabili in sede di determinazione del reddito della CFC imputabile per trasparenza al socio italiano, l’Agenzia ha recentemente chiarito (circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 5.4.) l’inapplicabilità della previsione di carattere agevolativo contenuta nell’art. 96, comma 5-bis, in merito alla deducibilità degli interessi passivi sostenuti da una società esercente attività finanziaria partecipante al regime di consolidato nazionale. Nella specie è stata negata la possibilità di attivare tale previsione da parte di una holding residente che aveva erogato un prestito ad una società controllata estera il cui reddito era stato tassato per trasparenza in capo alla stessa holding. Quest’ultima, per effetto, di tale tassazione lamentava una doppia imposizione, in quanto gli interessi passivi sostenuti dalla CFC venivano tassati in capo alla holding una prima volta come interessi attivi e una seconda volta, per trasparenza, come costo indeducibile. L’Agenzia ha in tale particolare ipotesi negato l’applicazione della predetta norma agevolativa, essendo quest’ultima fruibile esclusivamente dalle società residenti in Italia, laddove «la tassazione per trasparenza prevista dalla CFC rule (…) non consente [a differenza, ad esempio, di quanto avviene nel caso della norma sull’esterovestizione – N.d.A.] di considerare la controllata estera come un soggetto residente in Italia. Ai fini della compilazione del quadro FC del Modello UNICO, questa è trattata come un soggetto non residente il cui reddito va determinato secondo le disposizioni domestiche ordinariamente previste in materia di reddito d’impresa».
[7] In tal senso cfr. la risoluzione dell’Agenzia delle entrate 16 novembre 2007, n. 331/E, in Banca Dati BIG, IPSOA, ove è stato precisato che l’applicazione della CFC rule con la conseguente tassazione per trasparenza in capo al socio italiano del reddito conseguito dalla CFC comporta che tale reddito «è determinato secondo le regole ordinarie del reddito d’impresa previste dal T.U.I.R. (…), sostanzialmente coincidenti con quelle delle imprese residenti» e «pertanto è possibile il raffronto con quello minimo presunto di cui all’art. 30 della legge n. 724/1994». L’applicazione delle disposizioni speciali «extra-T.U.I.R.» all’atto della determinazione del reddito della CFC oggetto di imputazione per trasparenza è stata, da ultimo, ribadita nella circolare n. 23/E del 2011, cit. (risp. 2.1. e 2.9.).
[8] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 7.4. Le eventuali perdite realizzate dalla CFC nei primi tre periodi d’imposta dalla costituzione (e come tali riportabili senza limiti di tempo, ai sensi dell’art. 84, comma 2, del T.U.I.R.) dovranno formare oggetto di indicazione separata nel rigo FC46.
[9] Cfr. circolare n. 23/E del 2011, cit., risp. 7.2.
[10] Nel caso in cui la legislazione dello Stato di residenza della CFC non preveda un obbligo di tenuta della contabilità, il socio residente sarà comunque tenuto alla redazione di un apposito prospetto in conformità alle norme contabili vigenti in Italia (cfr. circolare 12 febbraio 2002, n. 18/E, in Banca Dati BIG, IPSOA).
[11] Le istruzioni al Mod. UNICO-SC 2011 dispongono che – in ipotesi di controllo indiretto per il tramite di un soggetto non residente – la quota di attribuzione del reddito debba essere determinata tenendo conto della diluizione conseguente all’operare della catena di controllo (nel caso di una partecipazione dell’80% in un soggetto estero che detiene una quota del 70% nella CFC, il socio residente dovrà imputarsi il 56% del reddito di quest’ultima).
[12] In caso di controllo «diretto» il socio residente si imputerà, ovviamente, la porzione del risultato fiscale della CFC corrispondente alla propria quota partecipativa.
[13] Nelle istruzioni ministeriali è opportunamente precisato che l’imposta in questione andrà versata entro i termini e con le modalità ordinariamente previsti per il versamento delle imposte sui redditi, utilizzando, però, specifici codici tributo (2114 per l’imposta dovuta a saldo e 2115 per il primo acconto).
[14] L’art. 3, comma 5, del D.M. n. 429/2011 dispone, inoltre, che il costo fiscale riconosciuto della partecipazione detenuta nella CFC è, rispettivamente, aumentato dell’importo dei redditi oggetto di imputazione per trasparenza e diminuito degli utili distribuiti e non tassati perché hanno trovato capienza nei primi.
[15] Cfr. circolari 6 ottobre 2010, n. 51/E (par. 8.3.), in Banca Dati BIG, IPSOA, e n. 23/E del 2011, cit. (risp. 7.5.) che relativamente a tale profilo superano l’impostazione della risoluzione 27 luglio 2007, n. 191/E, ivi. Le menzionate circolari, inoltre, riconoscono come la descritta «conclusione» del ciclo impositivo che consegue all’imputazione reddituale per trasparenza del reddito della CFC si determina «a prescindere dalla circostanza che, a seguito delle variazioni in aumento ed in diminuzione operate al fine di determinare il reddito imponibile, quest’ultimo sia superiore o inferiore all’utile dell’esercizio distribuito». Diverso è il caso in cui l’utile distribuito dalla partecipata estera si ricolleghi alla distribuzione di riserve pregresse all’acquisizione del controllo da parte del socio residente e non sia, quindi, già stato oggetto di tassazione per trasparenza: in tale ipotesi l’utile concorrerà integralmente (o parzialmente, qualora sia distribuito da una CFC white list e provenga da redditi realizzati in Paesi non black list) alla formazione dell’imponibile del socio controllante.

Via libera ai rimborsi

08 ott 2013

VIA LIBERA AI RIMBORSI DELLE RITENUTE SUI DIVIDENDI INCASSATI DA SOGGETTI UE

Corriere Tributario, 39 / 2011, p. 3237

Fiscalità internazionale

VIA LIBERA AI RIMBORSI DELLE RITENUTE SUI DIVIDENDI INCASSATI DA SOGGETTI UE

Committeri Gian Marco;Scifoni Gianfilippo

Riferimenti

Circolare 8 luglio 2011 n. 32/E

Sommario: La sentenza della Corte di giustizia UE – Presupposti soggettivi – Presupposti oggettivi – Onere della prova – Costruzioni di puro artificio – Considerazioni conclusive

Sembra finalmente risolta l’annosa questione dei rimborsi delle maggiori ritenute applicate sui dividendi in uscita dall’Italia ed incassati da società residenti nell’Unione europea o nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo. La circolare dell’Agenzia delle entrate n. 32/E del 2011 [1] dovrebbe mettere fine a molti contenziosi instaurati da soggetti non residenti che lamentavano, correttamente, in relazione alla tassazione dei dividendi di fonte italiana, un trattamento discriminatorio rispetto alle società residenti in Italia, trattamento che – inspiegabilmente – aveva trovato un qualche conforto nelle decisioni di talune Corti di merito [2].

È utile premettere un breve excursus per poter inquadrare compiutamente la problematica.

La legge 24 dicembre 2007, n. 244 (cd. Finanziaria 2008) ha modificato la disciplina – di cui all’art. 27 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 – delle ritenute sui dividendi in uscita, corrisposti a soggetti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, al fine di renderla compatibile con i principi comunitari di non discriminazione, di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei capitali [3].

In particolare, l’art. 1, comma 67, della legge Finanziaria 2008 ha aggiunto, all’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, il comma 3-ter, il quale stabilisce che «la ritenuta è operata a titolo di imposta e con l’aliquota dell’1,375 per cento sugli utili corrisposti alle società e agli enti soggetti ad un’imposta sul reddito delle società negli Stati membri dell’Unione europea e negli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo (…) ed ivi residenti, in relazione alle partecipazioni, agli strumenti finanziari di cui all’articolo 44, comma 2, lettera a), del predetto testo unico e ai contratti di associazione in partecipazione di cui all’articolo 109, comma 9, lettera b), del medesimo testo unico, non relativi a stabili organizzazioni nel territorio dello Stato».

In tal modo, quindi, veniva garantita alle società UE la medesima tassazione cui erano soggette le società percettrici residenti per le quali i dividendi sono imponibili per il 5% del loro ammontare.

Qui finivano le «buone notizie», perché, ai sensi del successivo comma 68 dello stesso art. 1 della Finanziaria 2008, «le disposizioni di cui al comma 67 si applicano agli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007. A tal fine, le società ed enti che distribuiscono i dividendi indicano in dichiarazione gli ammontari degli utili o delle riserve di utili formatisi a partire dall’esercizio di cui al periodo precedente e di quelli formati in altri esercizi».

Senza alcuna plausibile motivazione giuridica il legislatore aveva ritenuto di fissare autonomamente la data di decorrenza della misura volta ad eliminare la discriminazione a danno delle società socie comunitarie. Successivamente, con la circolare 21 maggio 2009, n. 26/E [4], l’Agenzia ha confermato che la nuova disciplina opera con riferimento «agli utili “formatisi” a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007» e che «la riduzione non trova, dunque, applicazione riguardo agli utili generati negli esercizi precedenti, per i quali continua a valere la maggiore ritenuta pari al 27%».

In data 19 novembre 2009 la Corte UE ha emesso la sentenza nella causa C-540/07 [5], con cui ha chiaramente evidenziato come l’Italia, con riguardo alle regole previste per la tassazione dei dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri, sia venuta meno agli obblighi che le incombono in base all’art. 56, n. 1, del Trattato CE, con ciò originando la presentazione, da parte delle società percettrici estere, di numerose istanze di rimborso delle ritenute subite e generando, in presenza di provvedimenti di diniego fondati sull’obiezione di irretroattività della modifica normativa, un cospicuo contenzioso sul tema.

In particolare, ciò che veniva correttamente denunciato nella suddetta sentenza della Corte UE era il contrasto con il diritto comunitario della disciplina della participation exemption sui dividendi conseguente all’introduzione dell’IRES per la discriminazione che la stessa, di fatto, determinava nei confronti delle società socie comunitarie [6].

La sentenza della Corte di giustizia UE

In particolare, nella sentenza causa C-540/07 del 2009, la Corte di giustizia UE ha preso le mosse dal ricorso di un’impresa norvegese concernente il trattamento fiscale dei dividendi distribuiti da una società italiana.

A tal riguardo, la Commissione aveva avviato, in forza dell’art. 109, n. 4, dell’Accordo SEE, un’indagine successivamente estesa anche al caso di soggetti percipienti residenti nel territorio CE. Il 28 giugno 2006, la stessa Commissione, a seguito dell’inadeguatezza delle osservazioni difensive presentate dalla Repubblica italiana, emetteva il parere motivato C(2006) 2544, al fine di mettere in mora l’Italia, invitandola a porre fine all’inadempimento in questione.

Soltanto a seguito di quanto esposto, l’Italia ha provveduto – con la Finanziaria 2008 – a recepire le direttive impartite a livello comunitario ed ha esteso il trattamento fiscale riservato ai soggetti nazionali anche ai soggetti protetti dal Trattato CE ed a quelli riconducibili all’Accordo SEE. Nel menzionato parere motivato veniva rilevato che, in vigenza della normativa nazionale illo tempore applicabile, si era realizzata, a partire dal 1° gennaio 2004, una discriminazione tra soggetti italiani e soggetti passivi residenti in altri Paesi membri CE e SEE atteso che il disposto dell’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973, prevedeva un’imposizione maggiore sui dividendi corrisposti da società italiane a società residenti in altri Stati membri od in Paesi aderenti allo Spazio economico europeo, rispetto a quella applicata ai dividendi intersocietari domestici.

In tale contesto normativo la Corte di giustizia UE aveva agevolmente ritenuto che la Repubblica italiana, avendo mantenuto in vigore un regime fiscale più oneroso per i dividendi distribuiti a società stabilite in altri Stati membri rispetto a quello applicato ai dividendi percepiti dalle società residenti sul territorio nazionale, era venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’art. 56, n. 1, del Trattato CE.

Alla luce di quanto dianzi rilevato, la norma nazionale, seppur modificata dal legislatore, rimaneva, in tutta evidenza, in contrasto con i principi comunitari, laddove aveva stabilito l’applicabilità della ritenuta nella misura ridotta dell’1,375% [7] ai soli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007, ovvero agli utili formatisi nell’anno 2008 per le società con esercizio coincidente con l’anno solare [8].

I giudici europei avevano testualmente chiarito, sul punto, che «l’interpretazione che la Corte, nell’esercizio della competenza attribuitale dall’art. 234 del Trattato CE, fornisce di una norma di diritto comunitario chiarisce e precisa il significato e la portata della norma stessa, quale deve o avrebbe dovuto essere intesa ed applicata sin dal momento della sua entrata in vigore (…), a meno che la Corte non abbia limitato per il passato la possibilità di invocare la disposizione così interpretata».

Sulla specifica problematica, l’Agenzia ha acquisito il parere dell’Avvocatura generale dello Stato [9], sulla base del quale ha successivamente chiarito, nella circolare in commento, come, «al fine di dare piena ed effettiva applicazione all’interpretazione fornita dalla Corte di giustizia, anche per i dividendi formatisi prima del 1° gennaio 2008, vada esclusa l’applicazione della ritenuta di cui all’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973, dovendosi applicare – al pari dei dividendi distribuiti alle società residenti – il regime “ordinario”, che prevede l’assoggettamento a tassazione del solo 5% dell’imponibile».

Ne consegue che ai dividendi corrisposti alle società e agli enti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, anche se formatisi prima del 1° gennaio 2008, è applicabile una ritenuta ridotta rispetto a quella prevista dal terzo comma dell’art. 27, pari – in particolare – all’1,65% (vale a dire il 5% del 33% vigente prima del 1° gennaio 2008).

Alla luce di tali chiarimenti interpretativi, le maggiori ritenute operate ai sensi dell’art. 27, terzo comma, del D.P.R. n. 600/1973 – anche se applicate sui dividendi formatisi prima del 1° gennaio 2008 – potranno essere rimborsate e gli Uffici territoriali, in presenza dei presupposti soggettivi ed oggettivi legittimanti il rimborso, dovranno abbandonare i contenziosi pendenti con riguardo alle eccezioni riguardanti l’irretroattività delle modifiche della Finanziaria 2008.

Presupposti soggettivi

Secondo quanto chiarito dall’Agenzia delle entrate nella circolare in commento l’ambito di applicazione della sentenza della Corte di giustizia va limitato soggettivamente alle sole partecipazioni transfrontaliere non «qualificate» ai sensi della direttiva 90/435/CE del 23 luglio 1990 (cd. direttiva «madre-figlia»). Si tratta, più precisamente, delle partecipazioni diverse da quelle detenute da società (madri) che soddisfano determinate condizioni soggettive ed oggettive e che detengono una quota minima [10] di partecipazione al capitale di una società, residente in altro Stato membro, che soddisfi le medesime condizioni.

L’Agenzia, inoltre, ribadisce quanto chiarito nella propria circolare n. 26/E del 2009, e cioè che, qualora i soggetti UE beneficiari dei dividendi posseggano i requisiti previsti per l’applicazione della direttiva «madre-figlia», la disciplina di cui all’art. 27-bis del D.P.R. n. 600/1973 prevale rispetto a quella prevista dal nuovo comma 3-ter: ai dividendi corrisposti da società «figlie» residenti a società «madri» comunitarie, pertanto, non si applica la ritenuta dell’1,375%, ma continua ad applicarsi il regime comunitario della menzionata direttiva, che prevede, su richiesta, il rimborso integrale della ritenuta.

Ne consegue, quindi, che il regime «ordinario» (ritenuta ridotta pari all’1,65%) trova applicazione in tutti i casi in cui i soggetti UE beneficiari dei dividendi distribuiti ante 2008 non posseggano i requisiti previsti per l’applicazione della direttiva madre-figlia, di cui all’art. 27 – bis del D.P.R. n. 600/1973.

Presupposti oggettivi

In merito ai presupposti oggettivi, di ordine temporale, che consentono di ritenere valide le istanze di rimborso presentate [11], la circolare precisa che vanno prese in considerazione soltanto le istanze relative a ritenute su dividendi soggetti al nuovo regime tributario in vigore dal 1° gennaio 2004. È con la riforma dell’IRES, infatti, in vigore dal 2004, che nel nostro Paese è stato introdotto il regime della cd. participation exemption cui è correlata la detassazione dei dividendi [12].

In ogni caso, tenuto conto che il trattamento fiscale deteriore potrebbe dissuadere i soggetti residenti in altri Stati membri dal fare investimenti in Italia, è necessario accertare se il soggetto estero abbia subito tale discriminazione. La verifica della sussistenza o meno di tale effetto dissuasivo va operata con riguardo al trattamento fiscale riservato al soggetto percipiente nello Stato di residenza.

Confermando quanto già chiarito con la circolare n. 26/E del 2009 l’Agenzia ricorda che gli enti e società esteri devono essere soggetti passivi ai fini della locale imposta sul reddito delle società e che tale condizione va interpretata come «assoggettabilità» di carattere generale ad imposizione, soddisfatta da tutte quelle società potenzialmente soggette all’IRES (ovvero alle corrispondenti imposte applicabili nello Stato di residenza), indipendentemente dalla circostanza che «godono, di fatto, di agevolazioni comunque compatibili con la normativa comunitaria». Ciò significa che il requisito fondamentale è rappresentato dalla soggettività passiva tributaria, a nulla rilevando l’eventuale fruizione di agevolazioni o benefici. Di converso, qualora la società estera percipiente non fosse soggetta alle imposte sul reddito nello Stato di residenza non si farà luogo all’applicazione dell’aliquota ridotta (e quindi al rimborso di quella, maggiore, medio tempore applicata) in quanto si presume che la ritenuta alla fonte applicata in Italia «non abbia costituito un disincentivo ad effettuare investimenti in Italia».

Onere della prova

Trattandosi di un rimborso delle (maggiori) ritenute applicate dal Fisco italiano, l’onere di dimostrare la sussistenza dei presupposti per ottenerlo grava sul contribuente che lo richiede.

Con la circolare in commento l’Agenzia chiarisce che i rimborsi delle ritenute applicate in misura eccedente saranno subordinati alla dimostrazione, da parte delle società interessate, di essere soggetti passivi nel proprio Stato di residenza di una imposta sul reddito delle società analoga all’IRES, circostanza attestabile grazie ad apposita certificazione dell’Autorità fiscale del proprio Stato di residenza, così che – come detto in precedenza – l’applicazione della ritenuta italiana in misura piena darebbe luogo ad un’imposizione discriminatoria.

Molto importante risulta il chiarimento in base al quale se risulti che la società interessata al rimborso abbia scontato (nel Paese di residenza) un’imposta sulle società di entità tale da consentire la deduzione integrale della ritenuta scontata in Italia ovvero che nel proprio Stato di residenza (ovvero in base ad una convenzione bilaterale) sussiste comunque un credito d’imposta pieno per recuperare la ritenuta subita in Italia, l’istanza di rimborso non potrà essere accolta perché sarà escluso il rischio di un’imposizione a catena [13].

Costruzioni di puro artificio

Oltre alle ipotesi in cui non si verifichi un effetto disincentivante (per assenza di tassazione nel Paese di residenza) ovvero non si verifichi il rischio della «imposizione a catena» (perché le imposte pagate in Italia risultano integralmente recuperabili nello Stato di residenza) occorre escludere altresì che l’incasso dei dividendi da parte della società titolare della partecipazione si inserisca nell’ambito di una «costruzione di puro artificio», evenienza che non potrà che comportare il rigetto dell’istanza di rimborso presentata.

Da questo punto di vista – nell’ottica dell’Agenzia – rilevano i fenomeni di interposizione reale [14] realizzati, sia attraverso «insediamenti» comunitari cui venga surrettiziamente attribuita la titolarità delle partecipazioni («società conduit»), sia attraverso «transazioni» caratterizzate da un trasferimento meramente temporaneo della titolarità delle stesse («operazioni conduit»).

La prima fattispecie attiene al caso in cui «lo stabilimento in uno Stato UE della società titolare della partecipazione nella società italiana sia connotato dall’assenza di una effettiva attività e di una reale struttura» mentre la seconda fattispecie attiene al caso in cui «la società percettrice dei dividendi abbia acquistato il titolo, da cui i medesimi dividendi provengono, tramite operazioni di trasferimento temporaneo consistenti nell’acquisto delle azioni cum cedola e nella successiva retrocessione delle medesime azioni ex cedola e, esplicitamente o implicitamente, dei relativi frutti (manufactured dividend) a vantaggio di una identificata controparte non legittimata a godere del trattamento fiscale dei dividendi intracomunitari».

Nel caso in cui emergano i suddetti elementi [15] l’istanza di rimborso non potrà essere accolta sulla base dell’interesse generale a contrastare le frodi fiscali.

Da segnalare il passaggio della circolare in cui si chiarisce, opportunamente, che l’onere di provare l’illecito comportamento, attuato mediante l’«abuso di forme giuridiche», grava sempre e comunque sull’Amministrazione finanziaria.

Considerazioni conclusive

Alla luce delle affermazioni contenute nella sentenza della Corte UE del 19 novembre 2009, causa C-540/07, l’Italia è stata giudicata, con riguardo alle disposizioni normative riguardanti le ritenute sui dividendi in uscita, del tutto inadempiente agli obblighi cui è tenuta in base all’art. 56, n. 1, del Trattato CE, che disciplina la libera circolazione dei capitali.

A ben guardare, il nostro Stato avrebbe potuto evitare la condanna del giudice comunitario, se solo si fosse adeguato, in maniera corretta e tempestiva, al monito della Commissione UE emesso nel parere motivato C(2006) 2544 del 28 giugno 2006, a seguito dell’inadeguatezza delle osservazioni difensive ricevute in risposta all’indagine avviata.

Così non è stato, poiché l’art. 1, comma 67, della legge Finanziaria per il 2008 – che ha introdotto nell’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, il comma 3-ter al fine di prevedere una ritenuta dell’1,375% sui dividendi corrisposti alle società soggette alle imposte sul reddito negli Stati membri dell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo – è stato reso operante esclusivamente per gli utili formatisi «a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007» (cfr.: art. 1, comma 68, della medesima Finanziaria per il 2008), con ciò escludendo gli esercizi pregressi con evidente pregiudizio per i soci comunitari percettori di dividendi di fonte italiana anteriormente al 2008.

La scelta (temporeggiatrice) del nostro Paese rispondeva evidentemente a mere esigenze di gettito, non essendo dubitabile che la soluzione della procedura di infrazione avviata dalla Commissione UE avrebbe dovuto comportare la rimozione delle regole discriminatorie ab origine.

Ciò che puntualmente è stato operato dalla Corte UE con la sentenza di condanna più sopra menzionata. A tale medesimo risultato sarebbero dovute agevolmente giungere le Corti di merito adite dalle società estere, evenienza questa che, purtroppo, non risulta si sia sempre verificata. Per questo va accolta positivamente la circolare in commento, sebbene non si possa non rilevare che sarebbe stato tecnicamente più corretto abrogare l’art. 1, comma 68, della Finanziaria 2008, stabilendo, con norma di interpretazione autentica, che la ritenuta ridotta dell’1,375% prevista nel comma 67 del medesimo articolo trova applicazione sin dal 1° gennaio 2004 (data di entrata in vigore dell’IRES), lasciando alla prassi la gestione pratica degli effetti dell’abrogazione stessa.

Note:

[1] In Banca Dati BIG Suite, IPSOA. Seppur la presa di posizione dell’Agenzia sia da salutare con indubbio favore, non può non rilevarsi come la stessa intervenga ad oltre un anno e mezzo di distanza dalla sentenza della Corte di giustizia UE 19 novembre 2009, causa C-540/07, «Commissione c. Repubblica italiana» (in GT – Riv. giur. trib. n. 2/2010, pag. 97, con commento di D. Stevanato, e in Banca Dati BIG Suite, IPSOA). Il principio di diritto stabilito nella sentenza in esame (vale a dire l’incompatibilità comunitaria del regime italiano applicabile ai dividendi distribuiti a società socie comunitarie) avrebbe dovuto trovare, in linea di principio, vigenza nel nostro ordinamento a far data dalla pubblicazione della sentenza nella G.U.U.E. avvenuta in data 30 gennaio 2010 (G.U. C 24).

[2] Cfr., tra le altre, Comm. trib. prov. di Pescara, Sez. I, 23 giugno 2010, n. 1606.

[3] La modifica normativa è stata dettata dall’esigenza di ovviare alla procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea a carico dell’Italia relativamente al trattamento discriminatorio applicato nei confronti dei dividendi distribuiti a società residenti in Stati membri dell’UE. Al riguardo si vedano i comunicati stampa diramati dall’organo comunitario in data 25 luglio 2006 (IP/06/1060) e 23 luglio 2007 (IP/07/1152).

[4] In Banca Dati BIG Suite, IPSOA.

[5] Cit. nota 1.

[6] È assolutamente significativo che nella sentenza in parola non sia stato compiuto alcun riferimento alla previsione contenuta nell’art. 1, comma 68, della legge Finanziaria 2008, che operava una limitazione temporale alla decorrenza del nuovo sistema di tassazione dei dividendi in uscita. La Corte di giustizia UE ha, in altre parole, condannato in toto il regime fiscale applicabile a partire dal 1° gennaio 2004 ai dividendi in uscita verso società comunitarie. Sul punto vedasi, da ultimo, G.M. Committeri e G. Scifoni, «Nessun rimborso pex alle società “interposte” UE», in Il Sole – 24 Ore del 14 luglio 2011, pag. 31. Per completezza, si segnala che il principio posto dalla Corte nella causa C-540/07, cit., verrà molto probabilmente confermato nella decisione che la Corte renderà nella causa C-493/09 («Commissione c. Portogallo»), nella quale è in discussione la compatibilità comunitaria della locale disciplina fiscale applicabile ai dividendi distribuiti a fondi pensione UE. Le conclusioni emesse dall’Avvocato generale in data 25 maggio 2011 condannano, infatti, la disciplina fiscale portoghese applicabile ai dividendi corrisposti a fondi pensione stabiliti in un altro Stato UE (o in un Paese aderente all’accordo SEE) che prevede l’applicazione di un’aliquota maggiore di quella prelevata sui dividendi distribuiti a fondi pensione portoghesi.

[7] Di cui al nuovo comma 3-ter dell’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973.

[8] Cfr. art. 1, comma 68, della legge Finanziaria 2008.

[9] Reso con note part. n. 345623-AL 40368/10 dell’11 novembre 2010 e part. n. 222981 – AL 40368/10 del 6 luglio 2011.

[10] La percentuale minima di partecipazione, stabilita dall’art. 27-bis del D.P.R. n. 600/1973, inizialmente fissata nel 25%, è stata successivamente ridotta al 20% dal D.Lgs. 6 febbraio 2007, n. 49 in relazione agli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2005 (successivamente, al 15% per gli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2007 e, infine, al 10% per gli utili distribuiti a decorrere dal 1° gennaio 2009).

[11] È necessario che l’istanza di rimborso sia tempestiva e, dunque, presentata entro il termine – previsto dall’art. 38 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – di 48 mesi, decorrenti dell’effettuazione della ritenuta, in quanto – come precisa la circolare – anche ai rimborsi d’imposta basati sul diritto comunitario si applicano le decadenze di diritto interno qualora queste siano conformi ai principi di equivalenza e di effettività.

[12] L’esclusione da imposizione dei dividendi risponde al medesimo principio sotteso all’introduzione della participation exemption sui capital gains, ossia alla tassazione del reddito soltanto in capo al soggetto che lo produce.

[13] Sul punto, la circolare in commento richiama la sent. 8 novembre 2007, causa C-379/05, «Amurta», punto 83, in Banca Dati BIG Suite, IPSOA.

[14] Sul punto la circolare ripercorre la definizione comunitaria di «costruzione di puro artificio» ricordando, al par. 2.2.4, quali sono gli «indici» che inducono a ritenerla configurata.

[15] In proposito la circolare in commento prevede il principio di collaborazione tra Amministrazioni fiscali degli Stati UE codificato dalla direttiva 77/799/CEE (da ultimo abrogata dalla direttiva 2011/16/UE del 15 febbraio 2011), da cui discende, tra l’altro, il diritto di ciascuno Stato membro di ottenere dagli altri tutte le informazioni necessarie ad accertare se il comportamento del contribuente configuri un «abuso del diritto».